Disturbi dello spettro Autistico il ruolo del Pediatra

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Comportamenti problematici nei disturbi generalizzati dello sviluppo

I comportamenti pericolosi per se stessi e/o per gli altri, di ostacolo per l’apprendimento e di ostacolo per l’integrazione sociale,      sono da considerarsi ‘comportamenti problematici o problema’.

Come esempi pratici possono essere riportati comportamenti quali l’autolesionismo, l’eteroaggressività, il non rispetto delle regole che governano un determinato contesto, come ad esempio la scuola, le crisi, i capricci esasperati, il lanciare oggetti.

Spesso sembra che tali comportamenti scoppino senza una particolare causa, ma non è così. Dobbiamo infatti abituarci a considerare i comportamenti problematici come comportamenti comunicativi.

Che vuol dire questo? Vuol dire che il bambino, o la persona, per comunicare una determinata cosa crede di possedere solo il corpo, che diventa lo strumento principale di espressione. E’ come si il bambino non sapesse che esistono altri modi per comunicare cosa vuole.

Infatti, i bambini con una bassa competenza comunicativa-linguistica emettono molto più spesso di altri le crisi comportamentali.

Se tutti questi comportamenti hanno uno scopo comunicativo, significa che hanno sempre un senso, come mai spesso non si riesce a capire cosa è stato l’elemento che lo ha causato, sembrando uno scoppio di ira improvviso e senza senso?

Molte volte non è semplice risalire alla causa del comportamento problematico. Infatti, se ad un bambino viene tolto un oggetto a lui caro e si mette a piangere, capire la causa è molto semplice. Ma se si passeggia per la strada e il bambino comincia a buttarsi per terra all’improvviso, è difficile risalire al motivo.

Ma una causa c’è sicuramente, ed è importante trovarla, perché se i comportamenti problema non vengono analizzati e trattati in modo adeguato, si rischia di stabilizzarli, magari senza volerlo, e instaurare dei circoli viziosi a lungo andare difficili da spezzare, che rendono poi il ragazzo di difficile gestione, penalizzando pesantemente lo sviluppo adattivo-sociale.

Una delle tecniche comportamentali che si utilizzano per la gestione dei comportamenti problema è l’analisi funzionale.

L’analisi funzionale serve per osservare, registrare, analizzare, valutare, ipotizzare e concettualizzare le motivazioni e le sequenze degli avvenimenti che accadono intorno al comportamento problematico. Per poter ottenere dei buoni dati su cui lavorare, vengono utilizzate delle tabelle che permettono una visione del contesto in cui avviene il comportamento più oggettiva possibile. Una volta compilata la tabella, o le tabelle, in cui viene registrato il numero di volte che il comportamento appare, cosa succede prima del comportamento oggetto di analisi, e cosa succede dopo, si ha uno specchio della realtà che va analizzato e da cui si può desumere i motivi che scatenano una crisi e le conseguenze che tale crisi innesca nelle persone che assistono.

In questo modo, si può decidere di agire o sui precursori della crisi (gli antecedenti) o sulle conseguenze per iniziare il trattamento che permetterà di diminuire o eliminare il comportamento problema.

Se si decide di lavorare sugli antecedenti, si lavorerà sulla prevenzione, sul prevenire la crisi che, quando è possibile, offre ottimi risultati.

Se si decide di lavorare sulle conseguenze, si lavora invece sul fatto che le persone che assistono alla crisi danno delle risposte che, anche se inconsapevolmente, hanno la funzione di rinforzare la crisi stessa, con la conseguenza di innescare un processo circolare a lungo andare difficile da rompere.

Anche in questi casi la precocità dell’intervento è molto importante e, spesso, elemento di riuscita.

Contemporaneamente alla tecnica dell’analisi funzionale, o di altra tecnica da poter utilizzare nelle gestione del comportamento problematico, è importante improntare un programma che insegni al bambino, o alla persona, a comunicare in una modalità più adeguata.

Spesso, puntando solo sull’estinzione del comportamento problema, si perde di vista il fatto che esso manifesta una comunicazione, una esigenza, una frustrazione, un bisogno che il bambino non è in grado di comunicare in una modalità diversa.

Infatti, quando il comportamento viene eliminato, crea un “vuoto” che può essere colmato in qualsiasi modo. Ed è proprio per questo che devono venir insegnate al bambino nuove abilità e comportamenti adeguati. Pena il rischio che si instauri un altro comportamento non adeguato.

Non va mai dimenticata la ‘potenza’ della comunicazione. E’ infatti assodato che molti comportamenti aggressivi diminuiscono in seguito alla possibilità per il bambino di poter comunicare.

E’ quindi importante in un intervento di gestione del comportamento, inserire parallelamente un programma specifico di aumento della comunicazione intesa però non nella stessa accezione di linguaggio.

Il bambino, infatti, potrebbe aver sviluppato la competenza linguistica, emettere suoni perfetti, usare  frasi di due o più parole, ma potrebbe non utilizzare tale competenza per comunicare.

La comunicazione avviene non solo tramite le parole (che spesso anche tra adulti sono fuorvianti) ma tramite la mimica, i gesti, le figure, l’attenzione congiunta.

Ragazzi o adulti, con disturbi che rientravano nello spettro autistico, hanno avuto una drastica diminuzione delle crisi comportamentali e una sensazione visibile di rilassatezza in seguito all’insegnamento di una modalità alternativa di comunicare.

In conclusione, esistono molte tecniche di gestione del comportamento problema, tra cui c’è l’analisi funzionale (che può essere utilizzata insieme alle altre, come il time out, l’estinzione, il blocco fisico, lo sforzo contingente…), ma è di fondamentale importanza considerare il comportamento problematico come espressione di un bisogno, un desiderio, una frustrazione, che il bambino non sa comunicare in altro modo. Va quindi improntato un adeguato programma di insegnamento alla comunicazione e alla iniziativa comunicativa.

Ciò non toglie che a volte il bambino emette la crisi per ottenere quello che ‘gli è stato tolto’ (si può parlare in questi casi di ‘capriccio’), quindi il lavoro da affiancare è anche quello di insegnare al bambino a saper contenere la propria frustrazione. Questo è importante per far comprendere al bambino che non si può sempre ottenere tutto.

AUSILI EDUCATIVI

Suggerimenti pratici per l’allestimento di materiali e tecniche utili per la gestione di piani educativi di bambini con disturbi comportamentali:


L’ USO CORRETTO DEL “TIME OUT “(A SCUOLA E A CASA): mirato all’interruzione del conflitto e delle emozioni negative collegate ad un comportamento estremamente disturbante o distruttivo . Applicare il time out diretto solo per comportamenti realmente gravi e non tollerabili ( violenza, distruzione, abuso verbale offensivo…) . Per comportamenti meno gravi usare invece sempre gli avvertimenti, precedentemente ben spiegati (anche visivi se possibili, con cartellini colorati): ESORTAZIONE generale a cambiare il comportamento ( segnale verde), 5 secondi e poi se continua passare all’AVVERTIMENTO diretto, avvicinandosi e guardando il bambino negli occhi ( segnale giallo), ancora 5 secondi e se il comportamento errato persiste ANNUNCIARE l’invio al time out ( segnale rosso) evitando di esprimere emozioni e di fare commenti negativi, ma descrivendo con voce calma e ferma ciò che è accaduto e che non può essere accettato. Se il bambino (sopra i 6 anni) si rifiuta di andare in time out evitare l’accompagnamento forzato fisico e annunciare la perdita irremovibile di un privilegio. Non mancare di tornare ad un atteggiamento positivo verso il bambino appena il time out è finito, lodandolo enfaticamente se lo ha eseguito bene ed evitando “lezioni” di buon comportamento o di esibire sentimenti negativi per l’accaduto ( fare un time out a se stessi!). E’ estremamente importante che il time out resti un’occasione limitata nel tempo, senza il protrarsi di rancori, per insegnare al bambino maggiore responsabilità sul suo comportamento e non per aumentare nel bambino la considerazione negativa di se stesso. Può essere utile annotarsi in una scheda i time out applicati, per monitorare l’eventuale uso (abuso) eccessivo di questa tecnica. Il time out sta funzionando bene solo se nel tempo aumentano le interazioni positive e ne diminuisce la necessità dell’uso. Rimane importante non usare questa tecnica per comportamenti di semplice disattenzione o dimenticanza, tipica dei bambini ADHD, ma limitarla solo per il controllo di comportamenti conflittuali, aggressivi e particolarmente oppositivi.

DISCORSO DI PREPARAZIONE AL TIME-OUT
Iniziare spiegando l’importanza del comportamento positivo. Spiegare che verrà introdotto il time out come metodo per controllare la collera e “ per avere così successo nel controllo della rabbia”. Spiegare che la rabbia è normale ma non è tollerabile l’uso dell’offesa fisica o verbale verso gli altri e che quindi questo non sarà permesso. Spiegare che quando si vedrà un alunno/bambino andare troppo in collera con questo tipo di comportamento verrà mandato in time out a riflettere, per 1 minuto ogni anno di età, usando un timer o una clessidra visibile al bambino. In quell’angolo o stanza con la sedia sarà apposto il POSTER DEL CAL DOWN o LA REGOLA DELLA TARTARUGA PER CALMARSI

• POSTER DEL CAL DOWN: va affisso nel luogo deputato al time out e deve contenere le seguenti asserzioni:
- respira profondamente e dici a te stesso “stop, calmati e rifletti”
- dici a te stesso: “io posso controllare questo, posso calmarmi”
- rifletti sul perché sei stato allontanato dalla stanza o dalla classe
- domanda a te stesso “quale regola ho trasgredito ?”
- pensa ad una soluzione o un modo per fissare questi pensieri

• REGOLA DELLA TARTARUGA PER CALMARSI QUANDO OFFESI:
- posso imitare la tartaruga nella sua corazza, dove posso rifugiarmi quando voglio e quando sono arrabbiato
- faccio un respiro profondo, mi calmo e penso:
- ho altri amici che mi vogliono bene, l’amico che mi ha offeso ha solo fatto un errore, chiunque fa errori
- non è una cosa grave
- mi calmo, posso farlo, posso controllare la rabbia, posso stare fuori dalla battaglia
- mi ritiro nella mia corazza finchè non mi sarò calmato del tutto
- ok, ora riprovo!

• SCHEDA DELLA SOLUZIONE DEL PROBLEMI: può essere dato al bambino mandato in time out per essere da lui compilata. Ognuna delle frasi può essere accompagnata da corrispondenti vignette esplicative ( per es. con facce ed espressioni) e può essere così strutturata:
- Nome…data…
- Qual è stato il problema?
- Come ti sentivi? (facce espressive)
- Quale soluzione hai usato?
- Era corretta? SI/NO
- C’è qualcuno che si è sentito bene con questa? SI/NO
- Quali sono alcune soluzioni diverse che tu avresti potuto provare?
- Che cosa vuoi sapere per migliorare le cose?
FIRME…..Bambino… Insegnante… Genitore…Preside…

• LA SCATOLA DELL’ “IO SONO CAPACE”: mettere sulla scrivania del bambino, o sul banco di scuola, una scatola con su scritto “ io sono capace” e poi mettervi dentro un bigliettino con scritto “io sono capace di….” ogni volta che il bambino mostra il corrispondente comportamento positivo
• SFIDA MISTERIOSA DEL “SUPER-EROE”: fare il gioco dei “bambini misteriosi che si stanno comportando bene” che poi saranno svelati alla fine della giornata
• AUTOAPPROVAZIONE: insegnare al bambino frasi di auto-incoraggiamento

La sindrome dell’X fragile

La sindrome dell’X fragile (o sindrome di Martin-Bell o FRAX) è una malattia genetica umana causata dalla mutazione del gene FMR1 sul cromosoma X, mutazione presente in un maschio su 4000 e in una femmina su 6000. Circa 1 su 256 donne sono portatrici di X-Fragile e possono trasmetterlo ai loro figli. Circa 1 su 800 maschi sono portatori di X-Fragile; le loro figlie saranno, a loro volta, portatrici del gene. Si contende con la sindrome di Down  il primato come causa genetica più comune di ritardo mentale (si hanno comunque casi, anche in Italia, di soggetti affetti da X fragile che hanno frequentato l’università).

Normalmente il gene FMR1 contiene tra 6 e 53 ripetizioni del codone CGG (ripetizioni di trinucleotidi). Negli individui affetti dalla sindrome dell’X fragile, l’allele FMR1 ha più di 230 ripetizioni di questo codone. Questo grado di espansione provoca la metilazione delle citosine nel promotore del gene FMR1, con conseguente silenziamento dell’espressione del gene FMR1. La metilazione del locus FMR1, che è situato nella banda cromosomica Xq27.3, provoca in quel punto la costrizione e la fragilità del cromosoma X, fenomeno che dà il nome alla sindrome.

I maschi portatori di un gene FMR1 con una significativa espansione del tripletto CGG presentano i sintomi della malattia, visto che normalmente possiedono una sola copia del cromosoma X. Le femmine, invece, possiedono due copie del cromosoma X e pertanto hanno una probabilità doppia di possedere almeno un allele funzionante. Le donne portatrici di un gene FMR1 espanso su di uno solo dei due cromosomi X possono presentare alcuni sintomi della malattia o essere normali.

A parte il ritardo mentale di grado variabile da severo a moderato, altre evidenti caratteristiche della sindrome sono il volto allungato, grandi orecchie, grossi testicoli(macrorchidismo), e basso tono muscolare. Le caratteristiche comportamentali possono comprendere movimenti stereotipati (ad esempio, battere le mani) e sviluppo sociale atipico, in particolare timidezza e limitato contatto con gli occhi dell’interlocutore. Alcuni individui affetti dalla sindrome dell’X fragile rientrano inoltre nei criteri diagnostici dell’autismo.

La mutazione e metilazione del gene FMR1 porta all’abolizione della produzione della proteina per cui il gene FMR1 codifica, detta FMRP (fragile X-mental retardation protein). FMRP è una proteina legante gli RNA (RNA-binding protein) espressa soprattutto nei testicoli e nel cervello, i tessuti più colpiti dalla sindrome. FMRP si associa ad RNA messaggeri codificanti importanti proteine neuronali, e ne regola alcuni aspetti essenziali, quali il trasporto lungo i dendriti verso le sinapsi e la traduzione in proteine. In assenza di FMRP, molti degli RNA messaggeri bersaglio della proteina sono deregolati e sono maggiormente tradotti in proteina. Emergono inoltre nuove funzioni molecolari della proteina, quali la regolazione della stabilità degli RNA messaggeri.

Anche se non esiste ancora una cura per la sindrome, c’è la speranza che una migliore comprensione delle sue cause possa portare a nuove terapie. Al momento, la sindrome può essere trattata attraverso una terapia del comportamento, un’educazione speciale, e quando necessario, con un trattamento delle anomalie fisiche. Si consigliano le persone che hanno dei parenti affetti dalla sindrome dell’X fragile a contattare dei genetisti per valutare la probabilità di avere figli malati, e per conoscere la gravità dei problemi che potrebbero presentare i discendenti affetti dalla sindrome.

Buona Pasqua 2012

 

 

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