Dislessia: la pedagogia Steineriana per rimuovere gli ostacoli

C’è chi nasce mancino, chi miope, chi albino. E c’è chi nasce dislessico, una condizione che fa parte della biografia di un bambino e ha a che fare con la sua caratteristica di sentirsi inadeguato rispetto alle richieste della società. Ma ecco che allora si impone una domanda: come aiutare il bambino dislessico?


La carenza di certe abilità, in particolare la difficoltà nella lettura, «porta il bambino a sentirsi tagliato fuori dal mondo inadeguato ad una società quale quella attuale in cui la cultura viene trasmessa in buona misura dalla lettura. Nell’era del computer non c’è posto per gli analfabeti», dice Evelina Colombo ad un convegno promosso dall’Associazione Italiana Dislessia.
Da qui la necessità di aiutare il bambino dislessico, di mettere in atto una terapia. «Dobbiamo intendere la pedagogia come rimozione degli ostacoli – sottolinea  Evelina Colombo – e il nostro compito, in questo caso, è lavorare per la rimozione degli ostacoli al giusto apprendimento.

Mi piacerebbe inaugurare il nuovo termine di pedagogia preventiva». Anche sotto questo profilo le parole di Rudolf Steiner appaiono illuminanti: «Compito dell’educazione – ha scritto – è quello di spazzare via gli ostacoli che si frappongono allo sviluppo del bambino e di avvicinargli ciò che gli consente di evolversi. L’educatore è un elevatore dello Spirito, porta alla luce quello che già nell’uomo è latente». Il disturbo della dislessia negli ultimi anni ha avuto una grande evidenza, anche perché oltre alla predisposizione genetica c’è certamente un impatto di tipo ambientale. Per questo motivo  il mancato riconoscimento delle difficoltà di apprendimento può avere importanti conseguenze psicologiche, come l’abbandono della scuola e la compromissione del futuro professionale dei ragazzi,  nonostante le grandi potenzialità creative che i dislessici spesso manifestano.

«È importante lavorare insieme, maestri, terapeuti e genitori – afferma Evelina Colombo – perché solo così si riesce ad intervenire in maniera tempestiva e adeguata, ma soprattutto perché dopo vent’anni di esperienza nella scuola ho sviluppato la convinzione che i bambini svolgono un compito fondamentale, quello di segnalare l’inadeguatezza della società a formare Uomini e nello stesso tempo ci indicano la soluzione: lavorate insieme!
Ognuno deve portare il suo bagaglio agli altri perché così si sviluppa il senso sociale. In conclusione, definirei i dislessici, più che problematici, bambini che evidenziano la complessità della società attuale». La riflessione sul problema s’impone con una certa urgenza «perché i tempi lo richiedono e perché il numero di bambini che entrano nelle scuole e vengono poi diagnosticati dislessici, o comunque manifestano questo disturbo, sono sempre più numerosi». Secondo Evelina Colombo la prevenzione comincia sicuramente all’asilo, dove la maestra «non è una specie di “ziona” che fa giocare, ma è una figura determinate nel percorso del bambino e nello sviluppo dei sensi inferiori». Un’impostazione dunque rovesciata rispetto a quella della scuola tradizionale. «Si tratta di verificare prima di tutto che lo sviluppo dei sensi inferiori avvenga in maniera armonica, prestando attenzione al linguaggio attorno ai cinque anni». «Una spia potrebbe essere anche l’impaccio motorio – segnala l’euritmista Natalia Carullo –  , in altre parole la goffaggine, la capacità di organizzare il pensiero in sequenze motorie». Ci sono inoltre alcuni gesti quotidiani, come l’incapacità fino alle classi elementari di allacciarsi le scarpe o di infilarle nel piede giusto, che uniti ad altri possono suonare il campanello d’allarme. Ma attenzione: si tratta di una sollecitazione,  non della certezza di avere all’orizzonte una reale diagnosi di dislessia.  «Come fa un bambino ad orientarsi nelle lettere dell’alfabeto che sono semplici convenzioni – fa riflettere Evelina Colombo – se ancora non si è orientato prima?».
Non stupisce dunque che possano giocare un ruolo cruciale nella prevenzione le rime, le filastrocche, gli origami e più di tutto l’euritmia: tutto ciò che nella scuola steineriana fa parte delle didattica già dall’asilo.  «E una volta acclamato il disturbo – sostiene Evelina Colombo – l’euritmia terapeutica rappresenta a mio avviso la cura per eccellenza assieme alle altre attività artistiche e associata a stimoli giusti, a un’alimentazione adeguata e a una vita scandita dai ritmi». Dopo l’asilo, le risorse della pedagogia Waldorf sono ancora più numerose: il lavoro a maglia, il disegno dinamico e di forme, le simmetrie, l’approccio stesso con la scrittura e solo in seguito  con la lettura. «La nostra pedagogia – riassume la maestra – è quanto di più moderno ci sia in campo rispetto al problema della dislessia». «E’ fuor di dubbio – cita a titolo di esempio – che sia d’aiuto a superare in maniera naturale alcune difficoltà il fatto che l’alfabeto si introduca molto lentamente, una lettera alla volta. Le forme inoltre vengono fatte assimilare al bambino attraverso le immagini, mentre una delle più grandi difficoltà del dislessico è proprio quella di tenere a memoria tutto ciò che per lui non ha un senso  intrinseco». E se i metodi proposti nelle scuole steineriane sono ritenuti i più efficaci dai nostri maestri e dai neuropsichiatri infantili antroposofi,  è anche vero che ci si sta muovendo verso un tentativo di integrazione tra questi strumenti e quelli suggeriti invece da ricercatori e studiosi esterni al metodo Waldorf. «E’ utile verificare in che modo il nostro bagaglio di conoscenze preziosissime può integrarsi con quando si muove al di fuori delle nostre scuole», aggiunge Evelina Colombo. Ma il punto di incontro può anche essere un altro: ad esempio il riconoscimento nelle scuole steineriane degli strumenti compensativi e delle misure dispensative individuate dal ministero del Miur (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) per i ragazzi con disturbi di apprendimento certificati. «Ci sono lavori in corso in tal senso – conferma la referente per le nostre scuole  presso l’associazione italiana – perché è giusto garantire ai dislessici una valutazione rapportata alla loro peculiarità. I ragazzi devono essere dispensati da prestazioni che per loro diventano solo fonte di frustrazione». Qualcuno dice che la dislessia è un dono. «Ma i dislessici non sono angeli svolazzanti – puntualizza Evelina Colombo –  ma bambini che soffrono». Una cosa è sicura: essere dislessici non ha impedito di esprimere la propria genialità a personaggi come Hans Christian Andersen, Harry Belafonte, Winston Churchill, Cher, Leonardo Da Vinci, Walt Disney, Albert Einstein, Henry Ford, Woopi Goldberg, Re Carlo Gustavo di Svezia.
Anche se ciò non significa che tutti i dislessici nascondano gradi talenti. Il seminario ha offerto tanti spunti e di sicuro ha lanciato un messaggio: la dislessia non è una patologia, è una caratteristica della persona e certo non è un alibi per rinunciare a giocare le proprie carte e,  come imparano i bambini di questa scuola, a essere il meglio di quello che sei.

 

 

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