Siamo i genitori di due bambini russi adottati…

Siamo i genitori di due bambini russi adottati a quattro e a cinque anni e che  oggi hanno rispettivamente nove e dieci anni. Raccontandovi la nostra e la loro storia vogliamo lanciare una piccola boa in un oceano di difficoltà, d’indifferenza e di facili pregiudizi… Un mutuo aiuto, quindi, tra genitori che hanno condiviso e condividono quotidianamente esperienze simili alla nostra. Desideriamo, inoltre, con questo racconto e accogliendo l’incarico propostoci dall’AIFA di occuparci particolarmente dei genitori di bambini ADHD adottivi, dare speranza e un po’ di serenità a coloro che nelle sofferenze quotidiane non riescono ancora a trovare una soluzione ai problemi che affliggono con maggior frequenza questi bambini e le loro nuove famiglie.

Il nostro incontro con Pompeo (nome di fantasia) è stato un continuo rincorrersi…

Dopo aver espletato le pratiche burocratiche relative all’adozione, il 6 febbraio del 1998 giunse una telefonata dall’associazione alla quale avevamo inoltrato la domanda: con grande nostra commozione ci veniva comunicato che una coppia di fratellini russi attendevano una mamma e un papà. Spinti da un sentimento misto di gioia e di ansia decidemmo di partire quanto prima e così il 13 giugno riuscimmo a metterci in viaggio per S. Pietroburgo. Dopo 24 ore di treno incontrammo finalmente i bambini! Già in viaggio ci avevano avvisato che il maschietto non stava mai fermo un attimo… Il nostro incontro con Pompeo – bambino vivace con una zazzera lunga e bionda, due manine e due gambette da far spavento! – è stato un continuo rincorrersi e non possiamo certo dire che ad oggi la corsa non sia ancora terminata! Sul suo certificato anamnestico c’era scritto “Vivace e distratto” e così era descritto anche dalle maestre dell’orfanotrofio. Quante volte, nel corso del tempo, ci sono tornate alla mente quelle parole… La bambina – un pulcino biondo di quattro anni – era ferma in un angolo, non parlava e invece di camminare saltava a piè pari, facendo spallucce; il suo sguardo era spento e triste e raccontava in modo eloquente tutto il suo passato…

Iniziammo presto un altro peregrinare tra un medico e l’altro per capire Pompeo cosa avesse…

Quel giorno, benché fosse il più bello della nostra vita, avevamo nella mente un solo pensiero: di portarli quanto prima lontani da quel posto buio e triste… Erano così piccoli rispetto alla loro età e così indifesi! Arrivati in Italia il 10 luglio di quell’anno, dopo tanto peregrinare tra i rispettivi  Consolati, iniziammo presto un altro peregrinare tra un medico e l’altro per capire soprattutto Pompeo cosa avesse…  Giunto in Italia aveva frequentato un anno di scuola materna integrandosi senza difficoltà e imparando la lingua non senza qualche piccola difficoltà e due cicli di logopedia, ma ciò nonostante Pompeo rimaneva un terremoto vivente con tutte quelle sfide che lanciava continuamente a me come mamma e poi in prima elementare alle sue insegnanti.

In prima elementare cambiò tre classi, poi tre scuole e infine anche paese…

Quell’anno, della prima elementare, rimarrà per sempre scolpito nei nostri ricordi! Tutte quelle difficoltà e il desiderio di proteggere il nostro bambino così difficile e allo stesso tempo tanto fragile… E’ impossibile descrivere la forza che dovemmo sprigionare per difendere lui e noi da quei falsi pregiudizi provinciali e superficiali e che troppo spesso abbiamo dovuto subire proprio da chi, invece, avrebbe avuto il dovere di partecipare con noi al difficile compito della sua crescita e della sua formazione psichica e culturale… Tutto questo ci ha fortificati e ci ha fatto crescere come “genitori”. Abbiamo accettato questo bambino speciale e compreso che il Signore voleva da noi la totale abnegazione per quei due bimbi tanto desiderati ma così difficili!

Pompeo in prima elementare cambiò ben tre classi, poi tre scuole e infine anche paese. Le insegnanti facevano riferimento ai problemi del bambino come ad un peso insostenibile per la classe e per la loro psiche e per questo giustificavano il suo continuo parcheggio fuori dell’aula consegnato spesso ai bidelli e sottoposto a mille domande sulle sue origini, il suo vissuto. Io venivo definita come una “mamma ingombrante”.

Ci parlò dell’ADHD, del Progetto “Parents for Parents” e di come avremmo potuto aiutare il nostro bambino…

Portato in un’altra scuola le cose migliorarono e Pompeo, seppur con difficoltà e tanto sforzo per entrambi, fu promosso in seconda elementare. Passarono così tra mille problemi gli anni della seconda e terza classe quando un pomeriggio di marzo del 2002 la Provvidenza entrò nella nostra casa. Un amico pediatra di famiglia si soffermò a parlare per un po’ con nostro figlio e alla fine del colloquio ci parlò dell’ADHD, del Progetto “Parents for Parents” e di come avremmo potuto aiutare il nostro bambino… Noi eravamo ormai un po’ rasseganti su questa storia perché avevamo già consultato tanti “esperti” che ci avevano convinti che quell’iperattività fuori della norma e i suoi problemi di concentrazione fossero dettati esclusivamente dal suo drammatico e precedente vissuto.

Ma il contatto con l’associazione dei genitori di bambini affetti dall’ADHD attraverso il Progetto “Parents for Parents” ci permise di consultare dei veri esperti che formularono per entrambi i bambini la diagnosi di ADHD, Disturbo da Deficit di Attenzione con Iperattività.

Prima avvertivo dentro la mia testa una grossa confusione e tutto mi rimbombava…

Arriviamo al 2003. Pompeo frequenta ora la quarta elementare e ha cambiato nuovamente classe. Finalmente ha trovato un’insegnante più accogliente ed empatica. Da poco abbiamo iniziato anche un trattamento farmacologico consigliato dal medico e siamo nell’attesa di iniziare quello comportamentale. Pompeo, dopo circa dieci giorni di terapia – senza che sapesse il motivo per cui prendeva quella medicina – un giorno ci dice: “Sai mamma, sai papà: da quando prendo questa pillola mi sento più calmo e tranquillo, mi sento bene… Prima avvertivo dentro la mia testa una grossa confusione e tutto mi rimbombava compreso il mio nome e per questo alla fine non sapevo mai cosa fare e mi sentivo sempre agitato…”.

Questa storia ci ha così profondamente segnati…

Questa storia ci ha così profondamente segnati che alla fine abbiamo deciso di accettare la proposta di diventare genitori referenti dell’AIFA perché altre famiglie e altri bambini potessero ricevere dalla nostra esperienza aiuto e conforto. E’ per lo stesso motivo che abbiamo accettato anche di raccontare la nostra storia perché potesse tornare utile ad altri genitori, soprattutto quelli figli adottivi, perché dalle tante telefonate ricevute in questi mesi ci siamo resi conto dell’alta incidenza di bambini iperattivi con disturbo d’attenzione tra gli adottati e quante difficoltà e sofferenze tra i loro genitori e i bambini stessi, proprio com’è accaduto a noi… Spesso ci siamo ritrovati a parlare con genitori di cui non conosciamo né i nomi né i figli ma con i quali abbiamo stretto un forte legame per le storie che ci accomunano…

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